KATE PLAYS CHRISTINE – Pierfranco Allegri

Videodrome - Scuola Holden

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È il 15 luglio del 1974. A Sarasota, California, Christine Chubbuck, trentenne, va a lavoro come tutte le mattine. È una reporter per una televisione locale, una delle prime in America. Arriva, scherza coi colleghi e si prepara a leggere le notizie. Quando un servizio misteriosamente non parte, Christine prende un revolver calibro 66 e si spara nella nuca, uccidendosi in diretta televisiva. Questo episodio darà i natali al capolavoro di Sidney Lumet, “Quinto Potere”, storia drammatica sulla curiosità morbosa degli spettatori televisivi e dello sciacallaggio dei media.

Non troverete video di Christine Chubbuck online. Né tanto meno avrete modo di osservare i suoi ultimi momenti di vita, se la vostra curiosità morbosa vi spingerà a farlo. Avrete modo però, guardando “Katie plays Christine” di cercare di conoscerla non come vittima, non come leggenda metropolitana, ma come persona.

Il punto di partenza del regista Robert Greene è fenomenale: in una sorta di gioco di scatole cinesi, il regista segue le fasi di lavorazione del suo prossimo progetto, un film sugli ultimi giorni di vita della Chubbuck (inesistente, ovviamente), più attentamente, la preparazione del personaggio della reporter da parte dell’attrice Kate Lyn Sheil. Subito c’è un problema però: come già detto non ci sono materiali video di Christine, e nessuno sa che fine abbia fatto la registrazione del suicidio, materiali apparentemente indispensabili per la creazione del personaggio.

Kate, secondo la più fedele scuola di metodo stanislavskiano, intende diventare Christine: compra una parrucca e lenti colorate, si fa una lampada, visita i luoghi della sua vita, legge quel poco che c’è su di lei e incontra le poche persone che la conoscevano. Si comincia a contornare la figura di una donna gravemente depressa, spaventa dal fallimento e ostile ai nuclei di potere della sua stazione. Ma anche raffinata ed elegante, intelligentissima e determinata. Eppure ancora fragile e infantile, che viveva nel terrore di non avere figli e una famiglia (era ancora vergine quando morì).

E da lì in poi, Kate cambia gradualmente: diviene insofferente coi colleghi, frustrata con sé stessa e in preda all’ira, come se il fantasma di Christine avesse seminato il seme della paranoia nella sua mente. D’altro canto Katie comincia a capirla, comincia a divenire Christine, e questo la porta a vedersi lei stessa come una fallita inutile, un’attrice da nulla e una persona banale. Fino a un finale scioccante.

“Kate plays Christine” è un film fenomenale, che gioca su una concezione di cinema verità con astuzia, lasciando che il tempo e lo spazio di una California sempre grigia contornino la vicenda, coi suoi personaggi e le sue spiagge lunghissime, e da lì presentando la crude verità della faccenda e facendoci ragionare sul rapporto di una donna fragile con un mondo ostile e sul sadismo dello spettatore medio che gode e si eccita nel vedere gente soffrire e sanguinare. Anche noi.

Pierfranco Allegri, Scuola Holden

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