OVERHEATING – Di Francesca Di Bitetto

Videodrome - Scuola Holden

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Per eludere il vuoto settembrino, sono uscita allo scoperto in un timido ottobre. Ho fatto i bagagli e prenotato un volo veramente economico per trascorrere una settimana a Roma, e prendere parte alla Festa del Cinema diretta da Antonio Monda.

La mattina del 16 ottobre sono corsa all’Auditorium Parco della Musica. Ho scalato i soliti innumerevoli gradini per arrivare nella sala Petrassi, e sono entrata affaticata allo spegnimento delle luci. Mi sono velocemente liberata di sciarpa e giacca, e ho atteso ansimante l’inizio dell’ultimo documentario di Werner Herzog: INTO THE INFERNO.

Però sullo schermo è apparso il logo della National Geographic. All’inizio ho pensato fosse naturale quello sponsor. Chi se non questa società, colosso della fotografia, può sostenere il grande regista tedesco? Ma in pochi secondi un altro titolo, la voce di Giorgio Panariello e un dubbio atroce: non è che per la fretta e la concitazione ho sbagliato sala e adesso inizia un altro film? The last call. Avevo già letto qualcosa a proposito del leone in via di estinzione – è soltanto uno dei tanti animali in difficoltà nella savana. C’era un volantino al riguardo nella shopper rossa affidatami il primo giorno, al desk accrediti. Per fortuna il bel documentario di Brando Quilici è un cortometraggio, d’allerta, per sensibilizzare noi tutti a prestare più attenzione al pianeta e alla sua fauna selvatica.

Ricollego questa introduzione a un altro corto d’impatto visto qualche giorno prima, sempre durante la Festa: la voce narrante è quella del Ghiaccio https://www.youtube.com/watch?v=qBBOue_AdcU. Il progetto si intitola Nature is speaking. Sono dodici corti intensi, potenti. È impressionante perché la natura ci parla a suo modo, e noi o non l’ascoltiamo o non vogliamo capirla: siamo assenti, distratti, noncuranti, dimentichi delle nostre origini e dei nostri doveri.

È già passata la vera sigla del festival romano, quella rassicurante e cinefila: una clip da un western capolavoro, ogni volta diverso: My Darling Clementine (1946) e The searchers (1956) di J. Ford, The wild bunch (1969) di S. Peckinpah, High noon (1952) di F. Zinnemann – (https://www.youtube.com/watch?v=mOuvcMkaXUU). Quando comincia davvero il film che tutti attendiamo, non vediamo l’ora di ascoltare quella voce, quell’inglese così marcato e duro, ruvido, quella pronuncia straniera.

Werner Herzog l’avevo ascoltato dal vivo il 13 Novembre 2014, ad Alba, in Piemonte, in occasione del Collisioni Festival: trascorreva qualche giorno in Italia e riceveva un pregiato tartufo bianco. Guardammo con lui il suo Aguirre del 1972 (con quel pazzo del suo nemico più caro Klaus Kinski). Ci parlò male delle scuole di cinema e tanto bene dei paesaggi, fonti inesauribili – per lui soprattutto – d’ispirazione.

Nei miei film il paesaggio non è mai uno sfondo pittoresco. È uno stato mentale, possiede quasi delle qualità umane: perché è parte vitale del paesaggio interiore dei personaggi. (…) Dirigere paesaggi mi piace quanto dirigere attori o animali. Non scherzo, è proprio vero. Cerco spesso di introdurre in un paesaggio una certa atmosfera, usando suono e immagine per conferirgli un carattere definito. (…) Il punto di partenza per molti dei miei film è un paesaggio.”

L’impressione è che Werner stia invecchiando bene: conserva ancora il suo stile perdendo appena appena forza. Per quanto abbia ancora voglia di girare il mondo e di immergersi in luoghi mozzafiato, lascia dello spazio, si mette a lato e cede il campo e la scena, incontri e interviste, a chi è più giovane e a chi ne sa scientificamente più di lui.

A tratti ci divertiamo perché scopriamo come comportarci in cima a un vulcano – mai dargli le spalle! di lui non ci si può fidare. A tratti ci emozioniamo perché ritroviamo frammenti di un nostro antenato tra la sabbia etiope, e non possiamo fare altro che pensare a cosa siamo: abitanti passeggeri.

È bello ascoltare l’esperto, l’accademico appassionato d’Indonesia, il vulcanologo Clive Oppenheimer, orgoglioso delle sue invenzioni, educato e controllato coi nativi miscredenti. Si mette alla prova, guidato. Ha conosciuto Herzog in Antartide, dieci anni fa – era il 2006 e stavano girando Incontri alla fine del mondo. Werner era un mito e si era già interessato a un vulcano nel 1977: aveva immortalato La Soufrière, un vulcano situato su un’isola caraibica, che era stata evacuata da tutti meno che da un cittadino. Herzog era interessato proprio a lui: che rapporto doveva avere con la morte per rimanere lì dov’era e correre quel rischio?

http://www.dailymotion.com/video/xjtdys_la-soufriere-1977-stfr-werner-herzog_news

Ci si chiede spesso: cos’è che spinge l’uomo ad essere irriverente, sfrontato, incosciente? Alla fine dei conti può risultare davvero soltanto stupido, ossessionato e poco lucido. Come capita per chi pratica alcuni sport estremi. Sappiamo di una coppia di fotografi francesi (Katia & Maurice Krafft) che hanno scelto di avvicinarsi tanto a un vulcano giapponese da lasciargli le vite nel 1991. Hanno catturato però immagini accese, vive, che sembrano quadri astratti.

1991

Non si cerca proprio ai confini del mondo quel momento magico, misterioso? In cui tutto acquista senso. Non è proprio quella sensazione di paura mista a eccitazione, la gioia di vivere, la felicità? È quella cosa subito prima della fine, un sollievo magnifico, un sospiro gigantesco, un sorriso tra le lacrime, un’emozione fortissima. La fortuna della grazia, del destino o di una qualsiasi divinità.

http://www.repubblica.it/r2-fotorep/2016/10/17/news/il_mio_viaggio_con_herzog_dentro_l_inferno-149953122/

Uno dei momenti migliori, giustamente riproposti nel trailer del documentario, è la lettura di un antico codice regio islandese, preziosissimo. Racconta un’eruzione vulcanica del secolo decimo. Il messaggio, il contenuto, è apocalittico, devastante. Io rimango incantata dal quel tono: sicuro, accattivante e insieme angosciante. Le musiche incorniciano, accompagnano, enfatizzano i quadri cromatici dinamici, le immagini spettacolari.

Curioso che il documentario esca per Netflix il 28 ottobre, quando in sala è appena passato un film dal titolo simile, ambientato a Firenze e che sfrutta il nostro Dante: INFERNO, diretto da Ron Howard, con Tom Hanks. Questo thriller è l’adattamento cinematografico dell’ennesimo best seller di Dan Brown; è stato una delle anteprime del festival e l’attore statunitense, ancora nei panni del professor Robert Langdon, esperto di simbologia, è stato premiato per la sua carriera alla Festa del Cinema di Roma il primo giorno (13).

Chi di noi non ha presente il disegno classico dell’Inferno dantesco? Sui libri di scuola era un cono, una montagna rovesciata, un vulcano risucchiato, un imbuto spaventoso. I vulcani sono pericolosi affascinanti buchi magmatici. La loro bava, la loro lava, scioglie, brucia. Quel rosso, forte, deciso, ci abbaglia e ci attira perché brilla. Così descrivendo sto rubando qualche parola a un premio Nobel: Orhan Pamuk, che nel 1998 ha pubblicato Il mio nome è Rosso.

Siamo molto diversi dalla plastica fusa di Alberto Burri? Il Grande rosso (1964) è conservato alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma. Siamo materia, carne che si decompone ad alte temperature.

il_grande_rosso_quaderno_del_cinemareale_videodrome

Tutto torna perché il rosso vuol dire passione, sangue, guerra, morte, ma anche potere, pericolo. Può significare rabbia. È un colore storico, politico – dai risorgimentali garibaldini ai comunisti del governo in Nord Corea. La dinastia dei Kim, xenofoba, ci tiene solitamente a proteggersi e a esibirsi in costruite importanti coreografie. A Herzog, a cui è stato permesso filmare, sfugge un po’ la mano: sembra perdere la bussola, l’orientamento; ma l’occasione è più unica che rara ed è la storia contemporanea che chiede udienza. E lui è pronto.

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Sergio Velasco, il vulcano Colima in Messico – World Press Photo 2016

I vulcani eruttano, fumano, appaiono umani, svegli o assopiti. Han paura degli estranei. Ed è spiando un vulcano, come da un buco della serratura, dritto nel cuore pulsante della terra, che qualcosa succede dentro. Siamo piccolissimi di fronte alla natura, eppure siamo capaci di rovinarla “evolvendoci” come specie, come genere umano. Dov’è la nostra umanità? Dov’è la nostra razionalità? Quali sono le nostre ragioni? La nostra caratteristica precipua, a confronto con gli altri esseri viventi, sarebbe l’intelligenza. Però costruiamo laddove è inopportuno e ci spingiamo oltre i limiti. È la nostra impertinenza a dar fastidio. Tracotanti, ogni tanto veniamo puniti.

Si prova una vertigine sublime a vedere degli omini imbacuccati sull’orlo di un precipizio, muniti di macchine da presa e attrezzature varie, per misurare, studiare e riprendere: in una parola documentare. Si cimentano, lavorano per prevenire, prevedere e tramandare le conoscenze faticosamente acquisite nel corso degli anni.

Ammiro Herzog perché possiede coraggio, follia e autonomia. Assetato di avventura, va vicinissimo a probabili catastrofi, a ridosso di fiumi di fuoco incandescenti; ha indagato cascate catartiche (The white diamond, 2004 https://www.youtube.com/watch?v=XGu-MkOc7hw), ha affrontato indirettamente animali prevedibilmente feroci (Grizzly man, 2005 https://www.youtube.com/watch?v=WsWyErUD3C0): ascolta brividi dandogli consistenza. Sa conoscere il singolo, unico, particolare, e anche il popolo, tradizionale, fedele. Ha un gusto e una filosofia di vita gradevolmente anomali.

A presto, si spera, col prossimo viaggio antropologico.

Francesca Di Bitetto, Scuola Holden

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/i-corti-ambientalisti-di-alice-nella-citta-thomas-trabacchi-e-l-oceano/246795/246900

http://www.romacinemafest.it/video/video-festa-del-cinema-di-roma/2016/10/17/romaff11-into-the-inferno/

http://www.focus.it/cultura/curiosita/curiosita-corea-del-nord?gimg=79774&gpath=#img79774

http://www.arte.rai.it/articoli/storie-dellarte-rosso/25778/default.aspx

http://www.wired.it/play/cinema/2016/10/17/into-the-inferno-documentario-vulcani/

http://sentireascoltare.com/news/dentro-linferno-netflix-documentario-werner-herzog-trailer/

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