SOMEWHERE SOMEONE – di Francesca Di Bitetto

Videodrome - Scuola Holden

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D’estate abbiamo il tempo per scottarci, anche con la crema solare sulla pelle, tempo per amoreggiare e riposare, almeno un po’. Ci sciogliamo, a mollo o in prossimità dell’acqua, coi piedi bagnati, la brezza marina tra i capelli e il pensiero della tintarella. In pochi prediligono la montagna. L’acqua ci rigenera, ci tonifica.

In quali acque navighiamo? Le sale cinematografiche sono deserte, prosciugate dei loro spettatori – pesci piccoli. Non ci rimane che sguazzare nella realtà, in slow motion. E a basso costo se ci riesce, con un impatto ambientale contenuto, modesto. Sarà possibile rilassarsi a chilometro zero?

Io, a Bisceglie, nel nord barese, mi sono rinfrescata con le proiezioni di un cinema all’aperto e una rassegna di documentari italiani. Non mi posso definire un’ottima nuotatrice eppure di segno zodiacale sarei pesci.
Certe sensazioni le proviamo solo in assenza di gravità, sospesi nell’acqua salata. Certe inquadrature ci fanno sentire leggeri, a pelo d’acqua insieme al personaggio o all’operatore di camera.

Quanto sappiamo stare sott’acqua? Quanto resistiamo? La sentiamo certe volte la pressione, immersi, sommozzatori comodi. Viaggiamo in poltrona e studiamo l’unicità delle onde, pensiamo alla pericolosità del “profondo blu”, ma ci lasciamo comunque cullare dal fascinoso elemento, così imprevedibile, semplicemente indispensabile alla vita.

Ma cosa nasconde l’acqua? Questo liquido fluido misterioso, che sempre scorre (il panta rei eracliteo), che non è mai uguale a se stesso (“Non si può discendere due volte nel medesimo fiume”). L’acqua lava e purifica, ma si sporca anche, persino noi la inquiniamo. Cosa racconta dell’umanità? Ogni civiltà rispetta l’acqua a modo suo, con usanze, riti, tradizioni, abitudini differenti. Il mondo è bello perché vario. Lo sa bene il fotografo Steve McCurry, che “salva”, tramanda e testimonia antiche culture fortemente legate all’acqua.

Acqua significa tante cose insieme, anche e soprattutto sostentamento, sopravvivenza: pescatori. A volte si traduce in viaggio, e spesso è rischioso. Lo vediamo in televisione, sui giornali e sul web. Lo scorso inverno l’ho visto nel documentario FUOCOAMMARE, nella graziosa saletta del cinema Abc di Bari, molto vicino al mare.

Ho cominciato così il riscaldamento, con lente bracciate in acque siciliane, fidandomi dello stile di Gianfranco Rosi – che ha meritato un Orso d’oro a Berlino – e del suo montatore Jacopo Quadri, del protagonista Pietro, un ometto con la voglia di imparare a stare al mondo. Avessimo ancora quella fantasia, quella forza, dei bambini.

A luglio sono iniziate le mie vacanze e ho recuperato due documentari, all’Arena Parco delle Beatitudini della mia città – un giardino attrezzato, sul limitare delle mura antiche, vicine al porto. Lì d’estate può esserci vento, piombare dall’alto qualche pipistrello cinefilo; tra le sedie verdi con cuscino può gironzolare qualche gatto romantico e disturbare qualche zanzara petulante, ma è sempre piacevolissimo stare all’aria aperta davanti al grande schermo.

Ho scoperto LA MEMORIA DELL’ACQUA, del cileno Patricio Guzmán – Orso d’argento alla Berlinale 2015 – il cui titolo originale dà importanza a un oggetto simbolo, affondato e ritrovato: il bottone di perla. Il regista si è occupato dell’estinzione, per mano dei colonizzatori, della tribù nativa dei Selk’nam (la cui ultima discendente sarebbe morta nel 1974) e della dittatura di Pinochet (1973-90), in una parola di desaparecidos.

Ha riportato a galla brandelli di storia sudamericana, i genocidi avvenuti con ripetizione, ciclicità, “naturalezza”. Vi è qualcosa della poetica di Terrence Malick (To the wonder), perché la storia terrena imita quella cosmica, acqua e cielo hanno gli stessi colori; come spettatori siamo stati affascinati e rapiti dalla ricchezza esperienziale di un film, come IL SALE DELLA TERRA di Wim Wenders. “Siamo tutti ruscelli di una stessa acqua” è un verso del poeta cileno Raul Zurita: ci fa sentire a casa, gemelli nella placenta di un mondo millenario. L’importanza della natura, protagonista, mi fa pensare anche a qualche opera di Werner Herzog.

Ho sentito il ghiaccio crepitare come fosse fuoco, e ho pensato che alla fine tutti e quattro gli elementi si somigliano e si fondono fino a sposarsi, vivendo così infinite volte. La natura, matrigna arcigna, si sa, si beffa di noi. L’acqua è un bene essenziale, prezioso, che si dice ricordi le sostanze con cui è venuta a contatto, soprattutto se agitata, mescolata dopo.

Non funzioniamo così anche noi? Ad ogni nuovo incontro, aggiungiamo qualcosa. E poi siamo sempre gli stessi? Nient’affatto. Conserviamo qualcosa. E qual è il posto migliore per proteggere qualcosa? Uno scrigno per le dame, un baule per i pirati. Ma se le cose da custodire gelosamente fossero tante? Basterebbe una camera, una stanza?

Ha avuto un’idea geniale il premio Nobel turco Orhan Pamuk, che nel 2008 ha scritto il romanzo IL MUSEO DELL’INNOCENZA e poi ha pensato anche di realizzarlo; è seguito un film. Quella che racconta è una storia d’amore – definirlo incestuoso non gli rende giustizia. Quanti saranno i cugini che si sono trovati irresistibili? In una Istanbul totalmente notturna, ci muoviamo a passo lento, conoscendo chi vive di notte, chi rimane sveglio – perché certe cose si possono solo sussurrare, non sopporterebbero la luce del sole. Le nostre guide sono le voci: dei protagonisti, di una testimone, dell’autore. E poi ci sono quattro cani per strada, randagi, ombre esperte.

Quello che viene raccolto nel museo, silenzioso e buio, sono gli oggetti – tra cui le sigarette fumate, i vestiti – che sono stati di Füsun, perché Kemal, innamorato, abbia ancora qualcosa di lei a portata di mano. Tutti abbiamo sofferto almeno una volta nella vita per amore, e fa male tutto quando quel legame si è rotto, e quel che resta è inanimato e va riordinato. Così mi ricordo anche del Museo degli amori perduti di Zagabria, in Croazia.

Quando qualcosa o qualcuno scompare, rimaniamo singoli confusi, spaesati, poliglotti incompresi, emigranti disposti a tutto, esuli in patria. Non parliamo tutti la stessa lingua, neanche in una stessa regione. Abbiamo i dialetti e il gergo oltre le lingue nazionali. Certe parole intraducibili esistono davvero? E allo stesso tempo, com’è possibile che alcune civiltà manchino di alcune parole? La lingua si adatta alle necessità della società, in alcuni casi espletando solo i bisogni primitivi, basilari, occupandosi di ciò che serve, ciò che è davvero utile, essendo strumento minimale ed espressionista. Ma una voce, anche se incomprensibile, parla. Così parlano pure i visi degli sconosciuti, i loro occhi.

Mi sembra di soffrire di quella malinconia che per Pamuk è hüzün: una forma di tristezza connessa al distacco, da uno splendore passato, svanito, che lascia un vuoto incolmabile.

Ad agosto mi sono consolata con tre serate organizzate dalla cooperativa Camera a Sud, di Molfetta, città limitrofa a Bisceglie. La prima sera sono tornata in acque nostrane, precisamente nel tratto di mare tra la Sicilia e la Calabria, nel 1954, a LU TEMPU DI LI PISCI SPATA (11 min.), del documentarista siciliano Vittorio De Setahttps://www.youtube.com/watch?v=bM3iScIjaPQ

Il cinema del passato ci mostra una tecnica di pesca ormai impensabile. Quella in atto, a me sembra quasi un’operazione religiosa, un appuntamento folcloristico, ma a pensarci bene è soltanto la quotidianità di un’altra società, in un tempo che non ho vissuto. Gli uomini lavoravano, aspettavano e poi scattavano: si impegnavano, di foga, di buona lena, andavano spediti verso l’obiettivo. Gridavano e cantavano perché avvenisse il miracolo, a loro modo pregavano. Nel 1955 De Seta tornava a riprendere i CONTADINI DEL MARE, a caccia di tonni: https://www.youtube.com/watch?v=0egtbAOad3k. E la mia memoria è tornata al 1950, a STROMBOLI – TERRA DI DIO, di Roberto Rossellini: https://www.youtube.com/watch?v=nAsxCpklYeQ. Qui la pesca spaventa, allontana gli innamorati, li divide. È la vita di ogni giorno, un mestiere, che li separa.

Poi ho fatto nuovamente un tuffo nella Storia, senza alcuna immagine, ma provando un audio documentario. Si consiglia di chiudere gli occhi e di immaginare, provate: http://www.docusound.it/?action=detail&id=23IL MARE DENTRO, di Stefania Claudio, è la storia di Efisio Mattana, classe 1910, di Cagliari, marinaretto dalla tenera età. La voce di Efisio è commovente: ti devi sforzare un pochino per comprendere bene tutte le parole ma è impagabile ascoltare quella grana, che ha tanto da dire: ricca, insieme debole e tenace. È il racconto di tre fasi di una vita sul mare, dall’infanzia alla vecchiaia. Ci si bagna per certe storie.

La seconda sera abbiamo viaggiato con MAN ON THE RIVER, opera di Paolo Muran (2015), il cui protagonista è l’ex architetto Giacomo De Stefano, affiancato da vari filmmakers. “La meta è partire”; in senso classico, non è importante la destinazione ma il viaggio, in questo caso lungo 5.200 chilometri, da Londra a Istanbul, remando.

Mi ricordo di un altro avventuriero, che si fa chiamare autonauta: viaggia sulla sua Maserati galleggiante. Circumnaviga la penisola italiana, Marco Amoretti. Poco tempo fa era nel Salento, è passato persino da Bisceglie. Il regista Fausto Romano lo sta tenendo d’occhio.

Una donna che vive sul Tamigi ha capito che il movimento dell’acqua ha a che fare coi sogni, è magia. E penso che abbia ragione perché al mattino ricordiamo ben poco, e i dettagli di un sogno presto svaniscono, increspandosi, confondendosi. I fiumi sono strade che camminano, si incontrano. Non importa quanto durerà la navigazione. L’importante è muoversi, procedere, continuare. Niente orologi, zero ansia, nessuna fretta. Sarà la lentezza a dialogare con la memoria, la velocità porterebbe all’oblio.

La terza sera ci siamo divertiti con le VACANZE AL MARE, opera prima di Ermanno Cavazzoni (2013), presentata con successo al Festival di Roma. Con lui siamo tornati sulle coste italiane: https://www.youtube.com/watch?v=LOli0jeq864. È un montaggio di filmini amatoriali, conservati nell’archivio Home Movies di Bologna. Commenta le immagini una voce stanca, ironica e seria seria, che diverte e fa riflettere. L’autore ci rammenta la vicinanza al mondo animale: in fin dei conti siamo ancora rettili al sole. La moda e i costumi da bagno, la musica, possono cambiare, ma il nostro fine è sempre lo stesso: procreare, continuare la specie.

Guzman ha dichiarato che “il documentario è il cinema delle persone e della realtà”. La missione del documentarista quella di rendere visibili gli invisibili. IGNOTI ALLA CITTA’ era il titolo della rassegna di Camera a Sud, in onore alla pugliese Cecilia Mangini, collaboratrice di Pier Paolo Pasolini in lavori documentaristi sulle periferie cittadine (1958).

A fine estate, quello che mi pare di aver ottenuto, dopo tante sere dedicate alla cultura, è una fotografia dall’alto, non esattamente con un drone di ultima tecnologia, “scenografico”. Penso piuttosto una fotografia aerea, da un elicottero placidamente in volo, anche un po’ distratto.

Ma quello che più mi ha impressionato è avvenuto dal vivo: il migliore frammento di realtà è merito di un bambino di nome Enzo. Non ancora un latin lover ma sulla buona strada: rassicurante, compagnone, anacronisticamente virile e insieme buffo, impacciato nel nuoto, sparato su un materassino a forma di razzo dal papà, concentrato a tenere la bocca chiusa in acqua, ma sugli scogli un chiacchierone. Era coraggioso e felice.

Forse la prossima estate potrei inseguire ancora queste storie e visitare il Cile, la Turchia, la Croazia. Dovrei essere coraggiosa e magari potrei incrociare la felicità.

Ho perso la proiezione del documentario Mare nostro a Molfetta, regia di Andrea Gadaleta Caldarola, sul legame esistente tra cittadini e mare, ma questa settimana potrei fare un bagno in una piscina francese, con L’effetto acquatico. Tra cloro e sale c’è una gran bella differenza, ma sempre di immersioni si tratta.

Ricordo il cortometraggio francese LE PLONGEON (2013) https://www.youtube.com/watch?v=ylAriw6HdHU, visto l’estate scorsa in occasione dei Dialoghi di Trani – altra città limitrofa a Bisceglie. Era in gara nel concorso I(n)differenti, organizzato dall’associazione 7°piano e mezzo. Vinse il premio miglior colonna sonora e miglior regia, Delphine Le Courtois.

Improvvisamente mi trascina a riva un altro ricordo dell’estate 2015: su una barca con Emanuele Crialese e tanti attori. Ripenso al finale di RESPIRO (2002), ai tuffi di TERRAFERMA (2011), al lattiginoso e sproporzionato NUOVOMONDO (2006).

Amare il mare è un po’ come amare l’umanità: un continuo divenire, una marea di emozioni, un perenne cambiamento, un ritirarsi e uno spingersi oltre.

Siamo schiuma al sole, sabbia sul fondo. Spesso non sappiamo come comportarci e sbagliamo, ma rinsaviamo.

Francesca Di Bitetto, Scuola Holden

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