DIECI% ISPIRAZIONE, NOVANTA% RELAZIONE – di Livia Giunti

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Formatori e pratiche formative nel cinemareale
di Livia Giunti

Formazione/Formazioni

Ricordo una frase, breve e secca, come un mantra, che agli Ateliers Varan ci ripetevano con insistenza ogni giorno: Il n’y a pas de règle – non ci sono regole. L’avviso arrivava puntualmente quando un’allieva o un allievo pronunciavano la fatidica domanda: “Ma allora, come devo fare?”. Ho frequentato gli Ateliers Varan dopo l’università. Avevo già realizzato dei lavori che avevano a che fare con la realtà e con il documentario, ma sentivo forte l’esigenza di avvicinarmi a una scuola che mi offrisse una formazione pratica di immersione nel reale, e che in qualche modo mi obbligasse a confrontarmi con gli altri mettendo da parte incertezze e formalità. Et voilà: il n’y a pas de règle! È stata l’esperienza più dura e intensa del mio percorso formativo. Dietro a quell’avviso liberatorio e minaccioso al tempo stesso, aleggiava tutta la presenza e la forza della personalità e del lavoro di Jean Rouch, che di quei laboratori è stato il nume tutelare. Gli Ateliers nascono a Parigi nel 1981 e lo spirito che li anima è appunto quello che aveva animato Jean Rouch quando nel 1978, su richiesta delle autorità della neonata Repubblica del Mozambico di realizzare dei film che testimoniassero le mutazioni del paese, propose di creare degli stage per formare giovani cineasti mozambicani che potessero raccontare “da dentro” la loro realtà, secondo il principio dell’autorappresentazione. Seguendo questa ispirazione, e con il supporto di Rouch stesso, alcuni dei cineasti che lo avevano accompagnato durante queste esperienze decisero di creare a Parigi gli Ateliers Varan, dei laboratori trimestrali di formazione al cinema documentario che nel corso di questi venticinque anni sono stati realizzati in una ventina di paesi nel mondo. L’idea fondamentale di questo approccio formativo è quella di un cinema che nasce dal desiderio di raccontare il mondo interrogandolo, una pratica filmica in cui il rispetto per le persone filmate viene prima di tutto e in cui il documentarista deve essere ricettivo e aperto agli imprevisti, ma capace poi di creare un dispositivo espressivo per dare forma al proprio sguardo1. Sono ormai passati diversi anni da quando scelsi di frequentare Varan e ricordo che all’epoca, in Italia, la possibilità di intraprendere un percorso di formazione in ambito documentaristico era limitata a poche scelte selettive. Oggi la situazione è completamente cambiata. Si fa infatti coincidere con il biennio 2000/2001 la nascita di una sorta di new wave del documentario italiano, in concomitanza con i fatti del G8 di Genova e con una rinnovata spinta alla partecipazione al reale, grazie anche all’avvento sempre più massiccio delle nuove tecnologie digitali che hanno permesso a molte più persone di produrre contenuti audiovisivi. Un’onda che negli anni ha continuato a crescere e a inondare l’intera cultura del documentario, compresa la formazione, con una presenza sempre più capillare di workshop, corsi di formazione professionale, masterclass dedicate allo sviluppo di progetti, corsi universitari che si arricchiscono di laboratori pratici, e il consolidarsi delle scuole di cinema nazionali (dalle più antiche alle più recenti).

Un osservatorio

L’idea di aprire un “osservatorio” sulla formazione nasce nel 2010 all’interno dell’Associazione dei Documentaristi Toscani. In occasione dell’organizzazione dei primi Stati Generali del Documentario in Toscana proposi infatti di iniziare a riflettere su questo tema a partire dalla formazione in regione, per poi allargare lo sguardo sul territorio nazionale ed estero1. E il Quaderno offre uno spazio ideale di condivisione e confronto per continuare un percorso conoscitivo che si vorrebbe continuo e costante, e che in questi mesi si è realizzato attraverso una ricognizione che ha coinvolto diverse realtà formative e diversi autori/formatori che qui ringrazio per la disponibilità. Il documentarista è un filmmaker che deve avere competenze ampie ed essere capace di seguire in prima persona le diverse fasi del processo realizzativo. Come emerge anche dalle conversazioni che seguono, il racconto del reale scaturisce necessariamente dalla propria capacità e dal proprio personale modo di relazionarsi col mondo, quindi è un racconto che nasce da un difficile equilibrio (per non dire un equilibrismo) i cui elementi sono la propria soggettività, quella degli altri e il dispositivo di rappresentazione cinematografica. Un mestiere complesso quello del documentarista e ancor più complessa e delicata è la questione della formazione al cinema della realtà, nella misura in cui si ha a che fare con le aspirazioni dei singoli allievi, con le idee e i diversi metodi dei formatori, con l’evoluzione dei mezzi e dei linguaggi, con i meccanismi spesso imperscrutabili del mondo del lavoro. Nelle conversazioni che seguono si sono selezionati alcuni momenti – all’interno di conversazioni più ampie – che permettono uno sguardo sulle diversità di approccio e sulle diverse declinazioni del cinemareale oggi in Italia (e rimandiamo ai prossimi numeri per una visione oltre i confini italiani), un confronto utile per evidenziare tendenze comuni e differenze tra i vari percorsi didattici, a testimonianza della ricchezza e della complessità di un mestiere che trova nella “relazione” la propria quintessenza. Ed è proprio l’attenzione all’aspetto relazionale che sembra avvicinare i diversi mondi interpellati, aspetto che se associato nelle giuste proporzioni al momento dell’ispirazione creativa individuale è in grado di sprigionare sguardi unici.

 

1Oltre alla “educazione allo sguardo” di futuri cineasti, negli Ateliers realizzati all’estero vi è anche l’idea di sviluppare delle “unità produttive” nel paese di accoglienza, in modo da lasciare un’eredità non soltanto in termini di conoscenze e alfabetizzazione, ma anche di mezzi tecnici che diano la possibilità alle unità di continuare la loro attività produttiva e formativa (www.ateliersvaran.com).
2Questa idea trovò una prima concretizzazione nel “tavolo formazione” che organizzammo per gli Stati Generali in cui si proponeva una panoramica sulla formazione in Toscana e all’estero, attraverso il confronto con alcune esperienze dirette tra cui figuravano anche i Cantieri del Documentario, un’iniziativa di autoformazione che l’Associazione dei Documentaristi Toscani ha organizzato per alcuni anni in collaborazione con la Mediateca Regionale Toscana e il Festival dei Popoli. La sezione Cantiere del Quaderno si ispira proprio a questi incontri.

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