NUOVE STRATEGIE DISTRIBUTIVE A SOSTEGNO DEL DOCUMENTARIO E DEL SUO PUBBLICO IN ITALIA – di Livia Giunti

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TAVOLA ROTONDA, DOC AT WORK, 54° FESTIVAL DEI POPOLI
di Livia Giunti

Definire ⇔ Riconoscere ⇒Diffondere
La distribuzione è spesso la fase più incerta dell’intero processo produttivo di un film documentario e nel nuovo panorama mediale a un autore vengono richieste sempre più competenze: dalla scrittura alla ricerca di sostegni economici, dalla realizzazione alla postproduzione, fino alla promozione e distribuzione a un pubblico. Molti documentaristi, per indole o per formazione, considerano questo mestiere come una pratica solitaria e sperimentale, lontana anni luce dal contesto produttivo contemporaneo dominato dai canali televisivi internazionali che spingono invece a una chiarezza di intenti fin dall’inizio, all’organizzazione infallibile affinché energie e costi facciano rima con soddisfazioni ed entrate, e anche a una “classificazione” in generi e categorie ben definiti. Uno sforzo di chiarezza che oggi si estende anche alla fase distributiva, anche questa legata sempre più alla capacità dell’autore di saper presentare e dunque definire il proprio lavoro fin dalle sue fasi iniziali. Ma, come sappiamo, spesso il cinema documentario fatica a trovare sostegni finanziari e anche spazi di visione (dunque un riconoscimento) proprio perché storicamente si porta dietro un vissuto difficile legato ai diversi modi di intenderlo e definirlo, dunque di promuoverlo, specialmente in questo paese. Il dibattito sulle definizioni ha da sempre appassionato gli operatori del settore tanto da offrire al cinema documentario una precisa carta d’identità, non stupisce quindi che dopo decenni – e in un’epoca multiforme come quella che stiamo attraversando – si continui a fare i conti con una dimensione quasi schizofrenica che vede il Nostro dibattersi tra chi lo vorrebbe semplicemente cinema – senza prefissi o suffissi, senza preposizioni che ne allarghino o specifichino il senso, senza neologismi anglicismi francesismi che ne descrivano approcci e regole, senza distinguo di sorta che lo releghino al tradizionale ruolo di “fratello minore” del cinema o a “palestra” per coloro che un domani vorrebbero esordire nel Cinema con la C maiuscola – e chi invece non dimentica mai di sottolinearne le peculiarità allo scopo di offrirgli un riconoscimento diverso sul piano estetico- linguistico ma anche sul piano produttivo e distributivo – il cinema documentario ha bisogno di canali diversi, di eventi di contorno, di meno soldi, di più soldi, di maggiore rischio produttivo e distributivo, di un pubblico selezionato, di una sensibilità diversa, di una critica adeguata, ecc. ecc. Ma se il confronto sulle definizioni appassiona così tanto è perché fondamentalmente si lega alla possibilità che il cinemareale venga una volta per tutte riconosciuto e apprezzato, possibilità che ci sembra sempre meno remota vista la crescente attenzione che gli si dedica, ma è anche una possibilità che si lega sempre più all’impegno che i singoli autori sono in grado di trasmettere anche lungo tutto il circuito promozionale.

Nuovi modelli distributivi per un prodotto alternativo
La giornata di riflessione che si è svolta a Firenze all’Auditorium di Sant’Apollonia ha confermato la vivacità del dibattito attorno alle definizioni e dunque alle strategie di promozione e distribuzione di film documentari in Italia; alcuni degli interlocutori presenti al tavolo1 lo hanno definito “prodotto alternativo”, laddove “alternativo” indica un’alterità rispetto ai programmi di informazione presenti in tv ma anche rispetto ai film che si vedono abitualmente sia al cinema che in tv. Ed è proprio da questa sua differenza che dirigenti e programmatori, produttori e distributori fanno derivare la necessità di un diverso trattamento con cui proporre questo prodotto ai propri spettatori, un “trattamento speciale” – si direbbe – che sempre di più si esplicita nell’organizzazione di eventi, dai più semplici (la presenza in sala del regista) ai più strutturati (film e degustazione, film e concerto, ecc.). I protagonisti della distribuzione concordano infatti sulla difficile – se non impossibile – tenitura del documentario in sala, fatta eccezione per la neonata realtà distributiva I Wonder Pictures il cui fondatore, Andrea Romeo, sembra assai più speranzoso, una speranza che gli deriva dalla considerazione che i vecchi modelli distributivi vadano rivisti e aggiornati, continuando a interrogarsi giorno per giorno, e film per film, sulle strategie da adottare (il nome I Wonder non è casuale). Una cosa certa, afferma Romeo, è che la prima uscita in sala di un film documentario non rappresenta un banco di prova della qualità del film e della sua capacità di intercettare l’interesse degli spettatori (come invece si è sempre pensato), ma soltanto un punto d’inizio di un percorso imprevedibile e su cui è necessario di volta in volta scommettere. Se l’avvento del digitale, catapultandoci in un ambiente magmatico e incerto, ci aveva fatto temere per la sopravvivenza di pratiche di realizzazione e modalità di visione consolidate, ormai tocca constatare che siamo immersi da anni in quella “convergenza culturale” di cui parlava Henry Jenkins nel 2006.2 Qualche morte è stata celebrata, è vero, ma il nuovo panorama mediale sfrutta la convivenza di più piattaforme – da quelle classiche a quelle multiple – cercando di garantire un’offerta continua e variegata attraverso molteplici media che diffondono contenuti e stimolano forme di consumo che transitano di secondo in secondo da un dispositivo all’altro: il pubblico ha così la possibilità (spesso anche simultanea) di poter vedere un film documentario in sala ma anche sul web o in dvd. Come spiega Gianluca Guzzo – fondatore di Mymovies,3 piattaforma che nasce nel 2000 per proporre allo spettatore sia un servizio informativo che una sala virtuale composta di 300 poltrone – l’interazione con e tra gli utenti/spettatori è importante poiché la visione di un film è un’esperienza fondamentalmente sociale che non si può ridurre alla visione solitaria al computer; ecco perché su Mymovies, dopo il film, è possibile discutere via chat condividendo la propria esperienza. Forse in qualche mente riecheggia quel «No, il dibattito no!» di morettiana memoria, ma ne è passato di tempo e nella nuova dimensione social rinascono le sale (virtuali e non) e anche il dibattito, a testimonianza di quel flusso e di quella mescolanza continua di forme tradizionali e nuove che caratterizzano il paesaggio mediale contemporaneo fatto di continui recuperi. Ad ogni modo la sala, come fa notare Guzzo, rimane ancor oggi il luogo deputato (magari con l’aggiunta di un evento attorno al film) e la distribuzione online sulle piattaforme VOD rappresenta l’auspicabile prosieguo del percorso del film. Cineama è invece una piattaforma che utilizza il social media marketing per creare in rete una community di persone interessate al cinema indipendente e, attraverso un network di sale amiche, organizzare poi proiezioni ed eventi sul territorio italiano sulla base della massa critica che si è riusciti a coinvolgere rispetto a una determinata opera.4 Come spiega Terenzio Cugia di Sant’Orsola, CEO della piattaforma, si tratta di creare un’identità online per ogni film offrendo agli utenti della rete un’esperienza di digital storytelling in grado di stimolare il loro interesse; a loro volta poi gli utenti sono chiamati a contribuire proponendo nuovi titoli indipendenti e promuovendo a loro volta un concetto di cinema e di sala diverso rispetto a quelli del circuito ufficiale. Facendo eco a Guzzo, Anche Cugia di Sant’Orsola sottolinea l’importanza del video on demand come cassa di risonanza per la sala, confermando come non soltanto le soluzioni distributive siano molteplici ma possano convivere simultaneamente. Insieme alle piattaforme virtuali si parla anche di piattaforme “fisiche” come il Kino di Roma:5 quello che un tempo si chiamava cineclub, e rappresentava un luogo di incontro e aggregazione, riesce in certi casi ancora a sopravvivere attraverso l’organizzazione di eventi legati al cinema indipendente, proponendosi quindi come alternativa distributiva alla sala. Massimo Galimberti, fondatore del Kino, sembra quasi far riferimento a un rapporto d’amicizia e d’amore con i film che si promuovono, un atteggiamento che implica la necessità per i gestori di trovare il tempo e il modo per creare un circuito virtuoso in cui inserire il film, intercettando spazi e target precisi e adatti di volta in volta al contenuto proposto, anziché applicare una distribuzione a pioggia che spesso rischia di non soddisfare né l’autore né il produttore, né l’esercente né il pubblico.

Uno, nessuno, centomila: doc e tv La televisione continua a essere il luogo in cui il cinema documentario può ottenere la visibilità maggiore e l’interessante confronto tra due colossi della programmazione nazionale come RAI e Sky, e l’esperienza interregionale di Rtv38, ha portato alla luce alcune novità ma ha anche riproposto annose questioni. Il nuovo canale Sky Arte Hd, nato poco più di un anno fa e illustrato da Guido Casali (programming manager) propone un palinsesto il cui principale prodotto è il documentario inteso come forma di infotainment, declinato in sette grandi temi che vanno dalla fotografia alla pittura, dal design alla moda, dalla street art alla danza, ecc. Alla tematicità del canale si affianca però uno spazio dedicato al documentario come “forma d’arte in sé” che va in onda il venerdì sera all’interno del contenitore “Cinema e Doc” e che ospita film che hanno una durata compresa tra i 70 e i 90 minuti, i cosiddetti “documentari da Oscar”. La rete trasmette soprattutto produzioni internazionali poiché il 95% dei suoi contenuti sono in formato hd nativo, requisito che non molti documentari italiani posseggono. Parallelamente alla programmazione televisiva – per la quale è richiesta una «ricerca di documentari più spasmodica» che vada a coprire i sette slot tematici – Sky punta molto anche sul servizio on demand in grado di sollecitare una fruizione più attiva, più consapevole e anche più esigente. Nonostante il tentativo di offrire alcuni spazi di visibilità al cinema documentario – si pensi alla trasmissione “Doc3”, che va in onda su RaiTre in alcuni periodi dell’anno, e all’offerta della neonata Rai5, descritta come una sorta di ARTE italiana – la televisione pubblica italiana non sembra ancora rispondere pienamente alla domanda crescente di documentari in tv, come invece accade all’estero. Luca Macciocca (responsabile della programmazione cinema e fiction di RaiDue) spiega che è molto difficile proporre film di questo tipo all’interno della tv generalista e che nonostante alcuni recenti riscontri interessanti (in riferimento a Sacro GRA di Gianfranco Rosi, premiato a Venezia con il Leone d’Oro e distribuito in sala), alla fine sono i dati auditel a parlare, un termometro che mostra che ancora «i numeri che il documentario riesce ad attrarre su questo tipo di distribuzione sono piuttosto bassi», talmente bassi – afferma – da non giustificare un’operazione industriale. Ad ogni modo sembra che forse già durante l’estate RaiDue manderà in onda in seconda serata, per ogni ciclo di 4/5 film, un documentario sullo stesso tema, a conferma di come si ritenga necessario proporre questo tipo di cinema “a piccole dosi”, preparando il terreno, in un certo senso. Per coloro che si domandano come mai non si riesca a far di più in Rai per il documentario – tra questi anche il direttore del Festival dei Popoli, Alberto Lastrucci, che fa notare come moltissime reti pubbliche europee considerino il documentario una delle quattro potenzialità di ogni palinsesto, insieme allo sport, all’informazione e alla fiction – la risposta è da rintracciare tra le pieghe della storia ma anche dell’attualità. Da una parte l’attuale guerra dei palinsesti, dall’altra la storica opposizione a Mediaset che dagli Anni Ottanta avrebbe imposto ai dirigenti Rai di “stare al passo” e “lavorare di risposta” proponendo gli stessi format e contenuti della tv commerciale, dall’altra ancora il canale doppio di finanziamento (canone e pubblicità), hanno determinato e continuano a determinare questa situazione. Una situazione che Macciocca riconduce, in ultima analisi, al problema dello share (e quindi dei finanziamenti): può un lungometraggio documentario come Sacro GRA di Gianfranco Rosi fare l’8 o il 9% di share a serata? Nonostante il secondo panel della giornata – dedicato all’offerta di documentari nei canali televisivi italiani – fosse stato aperto con l’intenzione di non affrontare i numeri, le cifre arrivano creando, come sempre, accesi dibattiti. C’è però qualcuno che queste domande non se le è poste e che, pur potendo contare su di un bacino di spettatori largamente inferiore e su un’offerta di contenuti legati soprattutto all’informazione, ha deciso di sperimentare e rischiare –proponendo al proprio pubblico un nuovo format. Teresa Tironi, caporedattore di Rtv38 (rete che copre il centro Italia), ha portato l’esperienza della trasmissione “Linea 8”6 – giunta alla seconda edizione e realizzata in collaborazione con la Fondazione Sistema Toscana, il Festival dei Popoli e l’Associazione dei Documentaristi Toscani – che rappresenta il tentativo, nelle sue parole, «di avvicinare due mondi, l’informazione (la tv) e le storie del reale, senza guardare i numeri e l’audience». In controtendenza rispetto alla lettura quantitativa legata allo share, Tironi sostiene che la decisione sia stata «di pancia, emotiva», scevra quindi da calcoli e animata dalla volontà di fare cultura in un canale prevalentemente dedicato all’informazione giornalistica. La trasmissione proponeva un documentario italiano in prima serata, il giovedì sera, seguito da un approfondimento in studio con l’autore; il format era strutturato attorno alla linea editoriale del canale e dunque dava spazio a film di argomento sociale della durata di 60/70 minuti, proponendo nomi e titoli di giovani registi per lo più assenti dai circuiti televisivi italiani ma ben conosciuti nei festival dedicati.

Il documentario in sala: moda o riconoscimento?
Anche in sala si cominciano a registrare risultati interessanti, nell’ultimo anno vi sono stati infatti film documentari distribuiti in Italia (non solo italiani) che hanno avuto un percorso particolare e ricco di soddisfazioni, sia per gli autori che per i distributori. Andrea Romeo, fondatore di I Wonder Pictures e direttore artistico di Biografilm Festival,7 dice che il documentario va di moda e propone l’esempio di Searching for Surgarman di Malik Bendjelloul,8 il primo film distribuito dalla sua neonata realtà distributiva. Romeo racconta che il film è uscito al The Space per tre giorni e contemporaneamente in 37 sale italiane ed è stato accompagnato da una buona campagna promozionale sui giornali. Sembrava un’operazione finita lì perché i numeri del The Space non erano buoni, ma Romeo decise di rischiare e di farlo uscire nuovamente durante l’estate in una serie di piccole sale, decisione ripagata da un guadagno tre volte superiore rispetto a quello della prima uscita. Ed è così che, grazie al passaparola, a fine estate altri esercenti hanno deciso di programmarlo e il film ha continuato il suo tour per le sale del paese con date di programmazione che sono arrivate fino alla fine dell’anno: «Un’operazione particolarmente fortunata», dice Romeo che si affretta ad aggiungere che affinché le cose vadano in questa direzione occorre fare un lavoro enorme e capillare. Ma l’esperienza gli ha insegnato che se un film è buono il pubblico c’è, perché «c’è la voglia del pubblico di raggiungere contenuti entusiasmanti», una riflessione che è stata fondamentale proprio per la nascita di I Wonder Pictures. Sul versante delle produzioni italiane, Fedele alla linea di Germano Maccioni, prodotto da Simone Bachini, è un altro felice esempio.9 Jacopo Sgroi della CG Home Video ne racconta il percorso sottolineando come il film abbia saltato alcune tappe tradizionali, cominciando da due festival minori (Bergamo e Bari) per poi approdare in sala in 70 città italiane fino all’uscita in dvd (e la richiesta del film in sala non si è ancora esaurita). Anche in questo caso l’autore e il produttore raccontano di un lavoro molto dispendioso, fatto di telefonate, cartoline inviate e del consueto “accompagnamento” dell’autore al film in sala, un percorso molto impegnativo che – come dice Bachini – si intraprende se effettivamente il film è di qualità. Fedele alla linea fa parte della collana Popoli DOC, una collana di dvd nata dalla collaborazione tra CG Home Video e Festival dei Popoli, dedicata al documentario di creazione italiano. Ne ha parlato Lorenzo Ferrari Ardicini, vicepresidente della casa di distribuzione, che sottolinea come l’attività editoriale della CG sia ancora attualmente l’attività principale, anche se a essa si affianca la collaborazione con alcune piattaforme VOD come Google e iTunes (all’interno delle quali anche i documentari di Popoli DOC vengono inseriti). La tavola rotonda si conclude su Sacro GRA di Gianfranco Rosi, presenti Fabrizio Grosoli (distributore del film per Officine Ubu) e Dario Zonta (produttore creativo), che raccontano di un vero e proprio “caso”:10 il film ha vinto il Leone d’Oro a Venezia ed è uscito in 90 sale con un guadagno, in undici settimane di programmazione, di oltre un milione di euro al botteghino. Grosoli pensa che il dato da registrare sia che finalmente in Italia quando si parla di documentario si possa pensare a Sacro GRA, anziché a programmi come SuperQuark. Una conclusione che ci riporta dunque all’inizio, alla nostra riflessione sulle definizioni e le categorie che ci era servita per inquadrare il problema del riconoscimento e quindi della diffusione. Sarà forse il segno dei tempi che cambiano, ma le ultime battute ci consegnano un tavolo sul quale le carte sembrano essere state invertite: «Forse c’è voglia di qualcosa di diverso», afferma Zonta parlando della serie di coincidenze che hanno caratterizzato il percorso produttivo e la vittoria di Sacro GRA, «non si tratta di un boom del cinema del reale ma c’è un momento di stanca nel cinema di finzione (…) L’altro cinema è in una fase di stanca». E, forse per la prima volta, “l’altro cinema” non è il cinema documentario.

 

1 La tavola rotonda, presieduta da Maurizio Di Rienzo, era strutturata in quattro panel: (1) Film e spettatori: l’incontro è possibile! (presenti: Terenzio Cugio di Sant’Orsola, Gianluca Guzzo, Lorenzo Ferrari Ardicini e Massimo Galimberti), (2) Piccoli schermi crescono (presenti: Luca Macciocca, Guido Casali e Teresa Tironi), (3) Il primo spettatore… non può essere anche l’ultimo (presenti: Andrea Romeo, Lorenzo Ferrari Ardicini, Jacopo Sgroi, Alberto Lastrucci), (4) Case Study Sacro GRA. Un Leone che fa primavera? (presenti: Fabrizio Grosoli, Dario Zonta, Luca Legnani, Gianluca Guzzo).
2 Henry Jenkins, Cultura convergente, Milano, Apogeo, 2007 (edizione italiana).
3 www.mymovies.it
4 www.cineama.it
5 www.ilkino.it
6 www.linea8.com/linea8blog
7 www.iwonderpictures.it
8 Il film ha vinto l’Oscar 2013 come miglior documentario.
9 www.fedeleallalinea.it
10 www.sacrogra.it

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